Portfolio: Diego Marcon
Con opere più vere del vero, specchi deformanti della realtà, l’artista sperimentale Diego Marcon indaga il lato perturbante della messinscena e della vita


I personaggi di Marcon sembrano usciti da un sogno lucido. Nel musical sui generis Krapfen, ultima opera dell’artista (4 min, 44 sec; qui nell’installazione alla Renaissance Society di Chicago, dove è in mostra fino al 23 novembre 2025), un bambino danzante è assediato da abiti personificati che vogliono sapere perché abbia rinnegato il dolce.
(Produced by New Museum, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Lafayette Anticipations, The Vega Foundation and The Renaissance Society)

La pellicola 35 mm trasferita in digitale, le maschere prostetiche, i pupazzi iperrealistici alterati in CGI: la trasfigurazione di Marcon è spesso anche tecnica. L’artista esplora l’immagine in movimento come dispositivo ontologico, un mezzo per analizzare il reale attraverso il suo stesso fantasma. Come nel melodramma epistolare La Gola (2024; 22 min, 22 sec), che ha per protagoniste due bambole immobili con occhi ed espressioni facciali animati digitalmente (in foto, Rossana in uno still).

In The Parents’ Room (2021; 6 min, 23 sec), Marcon orchestra una tragedia domestica come un requiem, recitato da attori sui cui lineamenti vengono modellate protesi sintetiche (in foto, la documentazione del processo). La sensazione per lo spettatore è di un’allucinata sospensione: i corpi sembrano marionette che respirano e cantano il proprio destino.

La Gola intreccia le lettere di Gianni (in foto) e Rossana: il primo descrive dettagliatamente i piatti elaborati da un amico cuoco per una cena importante, la seconda racconta l’aggravarsi della malattia della madre. In un’ambientazione che si fa via via più astratta e surreale, la narrazione incalzante scava un divario incolmabile nella comunicazione fra i due. La musica, composta da Federico Chiari ed eseguita con l’organo Balbiani Corna nel Duomo di Bergamo, trasforma la corrispondenza in una tensione sacra e allo stesso tempo grottesca, tra appetito e dolore.

Qual è il confine tra il gesto umano e la sua rappresentazione? In The Parents’ Room, opera entrata nella collezione permanente del Madre di Napoli, l’emozione nasce dall’artificio, la tenerezza dall’orrore. Ogni elemento è controllato con precisione chirurgica - la luce, il timbro delle voci, l’intonazione corale composta da Federico Chiari, i silenzi - per evocare una straniante malinconia sospesa tra sogno e realtà.

Fuori cade la neve, quieta. Un merlo (digitale) si posa su un davanzale. Dentro, un uomo canta, seduto sul bordo di un letto disfatto. In casa giacciono i corpi della moglie e dei due figli, vittime e coro del suo delitto. La stanza di The Parents’ Room diventa il teatro metafisico di un musical funebre che è anche confessione, in cui il pubblico è chiamato a condividere l’intimità di un delitto, e di un suicidio che non va in scena.

Imprigionati in corpi che sembrano più morti che vivi, gli attori di The Parents’ Room oscillano tra caricatura e cadavere, come se l’umanità fosse un trucco di scena, un effetto speciale. Anche i loro movimenti mimano il ritmo innaturale di un’animazione in stop motion. In tutta la sua opera, l’artista lombardo indaga i meccanismi della produzione cinematografica stessa, ripensando radicalmente la gerarchia tra soggetto e immagine, lo spazio e il suono.

Due talpe animatroniche vivono in una tana borghese immerse in un rituale senza fine, senza senso e senza risultato: sommare una serie di numeri. In un loop che si fa preghiera meccanica, il tempo che passa è scandito dal tossire dei figli addormentati, dal gocciolio dell’acqua, dal suono di un orologio a cucù e da forti rumori esterni. In Dolle (2023; 29 min, 32 sec), Marcon costruisce un claustrofobico teatro dell’assurdo in cui il linguaggio si svuota e l’emozione trapela dagli interstizi di una frustrante ripetizione.

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