Martine Gutierrez è un’artista che non solo mette in scena, ma posa per il proprio obiettivo. Con ruoli che spaziano dagli archetipi alle icone contemporanee, è presente sulle pareti delle gallerie, sui cartelloni pubblicitari e sugli schermi dei computer. Occupa un posto di spicco nella fotografia internazionale per la sua acuta narrazione – intesa come gesto tagliente e come inatteso bagno di realtà in un’epoca di crisi sociale – della bellezza femminile. Nel ciclico ritorno della cultura all’idea di base secondo cui “il sesso vende”, il controllo della sua valuta visiva risulta indissolubilmente legato alle politiche transazionali e di genere del presente. Una realtà esemplificata nella foto a destra, Body En Thrall, Blonde Shoe (2020). Gutierrez incarna le sue protagoniste con straordinaria precisione. Le situazioni tratte dalla storia della fotografia di moda, del cinema e del display deliberatamente allestite costituiscono da quindici anni un sistema di riferimenti stratificato nel suo lavoro. Il progetto Body En Thrall è apparso per la prima volta come uno dei servizi editoriali del suo magazine a numero unico Indigenous Woman, nel quale tutti gli scatti erano interpretati e creati da lei. In questa rivista d’artista, Gutierrez rivendica magnificamente il valore centrale ma profondamente problematico delle narrazioni della moda: l’aspirazione. Governa con precisione la propria capacità creativa nell’intricato quid pro quo di quelle immagini, che al tempo stesso elevano e stereotipano i personaggi femminili che rappresentano. La sua arte non è semplicemente una critica radicale alla rappresentazione delle donne nei mass media. Quando unisce una dettagliata prefigurazione della foto che intende realizzare alla performance messa in atto nel momento in cui si colloca davanti alla camera, accade qualcosa di magico. Come nelle opere della madrina della fotografia performativa contemporanea Cindy Sherman, Gutierrez non solo è personalmente coinvolta, ma ama prendere posizioni audaci e giocare con il complesso linguaggio visivo di questa disciplina. È un’artista eccezionale, che sceglie consapevolmente di lavorare con i trucchi e le illusioni della fotografia di moda ed è tecnicamente dotata quanto i suoi predecessori – da Cecil Beaton a David Bailey, da Guy Bourdin a Herb Ritts – che in modo altrettanto meticoloso hanno orchestrato scatti perfetti. Body En Thrall, Blonde Shoe sembra evocare lo spirito di Gian Paolo Barbieri. Ventenne nella Roma degli Anni 60 – un’epoca in cui i fotografi di moda curavano anche acconciature e trucco, oggetti di scena e set design, come fa oggi Gutierrez – aveva creato gli equivalenti fashion del satirico La dolce vita di Fellini con l’iconica bionda Anita Ekberg, fino ad arrivare alle sontuose campagne pubblicitarie in collaborazione con Gianni Versace, dal forte taglio cinematografico, negli Anni 70 e 80. Le migliori immagini di moda sono un’illustrazione del nostro tempo e la meta-immagine di moda di Gutierrez porta con sé quello stesso dark humour nel creare una bellezza opulenta, splendida e perfetta che affonda le radici in altre epoche segnate da profonde divisioni. A tutto questo, l’artista aggiunge il necessario peso contemporaneo dell’essere al tempo stesso fotografa e modella, proprietaria e oggetto della foto, consumatrice e prodotto, osservatrice e osservata.

In foto, Body En Thrall, Blonde Shoe (2020) dell’artista americana Martine Gutierrez. Il suo lavoro, che spazia dal visivo al performativo ed è spesso interamente autoprodotto, indaga i meccanismi di costruzione e percezione dell’identità femminile in rapporto alla rappresentazione stereotipata proposta dai mass media.