Un anniversario, nella moda, è quasi sempre un’operazione di messa a fuoco: si prende un segno che tutti riconoscono e lo si rimette in circolo, aggiornandone materiali e costruzione. Nel 2026 Louis Vuitton fa questa operazione sul Monogram, che compie 130 anni. Il programma è scandito da uscite dedicate e il primo capitolo arriva a gennaio con la Monogram Anniversary Collection, divisa in tre filoni - Monogram Origine, VVN e Time Trunk.
La Monogram Origine lavora sulla tela e introduce un canvas in misto lino-cotone ispirato alla copertina di un registro clienti del 1908, con base Ebène e quattro accenti pastello - Lin, Vert Asnières, Rose Ruban, Bleu Courrier. Dentro questa linea rientrano alcuni modelli cardine (tra cui Speedy, Noé, Alma, Neverfull) e una serie di varianti “trunk” come Alma BB Trunk e Speedy 20 Trunk. Il dettaglio ricorrente è l’etichetta porte-adresse, un elemento preso dalla logica della valigeria e ripensato come portacarte.
La VVN (Vache Végétale Naturelle) sposta l’attenzione sulla materia: è realizzata in pelle bovina chiara conciata al vegetale, naturale e non trattata, pensata per scurirsi e prendere patina nel tempo. Qui l’idea non è “rivisitare” il Monogram, ma farlo passare attraverso una superficie che registra uso e luce. I pezzi si riconoscono per un’etichetta rimovibile e per la fodera jacquard Monogram.
La terza linea, Time Trunk, parte dai bauli d’archivio e li trasforma in stampa. Invece del motivo classico, c’è un trompe-l’œil: la Maison fotografa da vicino texture, parti metalliche e segni dei bauli e li stampa in alta definizione sulla borsa, creando l’effetto di una superficie “presa in prestito” dalla valigeria. I modelli sono tre - Speedy 30 Soft, Noé e Alma GM - e ognuno ha un’etichetta in pelle con nome e data di creazione.
A questo punto ha senso tornare all’origine, perché il Monogram non nasce come “motivo decorativo” e basta. Nasce come risposta a un problema concreto, che oggi chiameremmo "dupe". Il disegno appare nel 1896, creato da Georges Vuitton, e viene registrato con brevetto l’11 gennaio 1897. In un’epoca in cui i bauli Louis Vuitton vengono imitati, quel pattern diventa un dispositivo di riconoscibilità e protezione. È da qui che deriva la sua forza: non nasce come decorazione, nasce come risposta alla copia.
E dentro quel disegno c’è un clima visivo preciso, quello della Parigi di fine Ottocento, quando l’ornamento viene trattato come struttura. Da un lato c’è il lessico neogotico - rosette, quadrifogli e motivi araldici ripetuti - che dà al disegno un senso di ordine e di tradizione codificata. Dall’altro c’è l’onda del giapponismo, che insegna la potenza degli emblemi: simboli ridotti all’essenziale, immediatamente leggibili, fatti per essere ricordati e riprodotti. Sullo sfondo passa anche un’idea Art Nouveau della superficie come campo continuo: il motivo non “decora” soltanto, ma organizza la pelle dell’oggetto, crea ritmo e occupa spazio.
È questo mix che spiega il paradosso del Monogram: è nato per difendere l’autenticità in un mercato già pieno di copie, poi è diventato la rappresentazione di un mondo in movimento, infine un medium culturale che accetta di essere riscritto.













