Dalla fine dello scorso anno, c’è una pubblicazione consigliatissima ai giovani appassionati di moda. A loro, più che a chi la frequenta da tempo, sarà utile al punto da rischiare di diventare una delle letture fondamentali sul tema. Il suo autore è un italiano che vive e lavora in Francia, dove “il fenomeno” si vede esageratamente di più in ogni sua manifestazione; è un filosofo e la osserva e analizza con la lente del pensiero critico, cui il XXI secolo è sempre meno avvezzo. Fuori moda, di Francesco Masci, nella sua forma di pamphlet, ha il merito di staccarsi dal Novecento dei sociologi e degli antropologi, di non cercare per lei scappatoie di marketing e giustificazioni nelle diramazioni culturali delle varie arts&crafts che la rendono possibile e viva – c’è solo come manifestazione ontologica di un eterno presente.

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Disincantato al limite del cinismo, diranno di primo acchito i difensori del famigerato “sogno” e chi lo vuole a tutti i costi come espressione di un’idea, una sensibilità, una visione, di qualcosa d’altro, purché immateriale, o nostalgicamente passato o, fantasticamente futuro, Masci prende un rasoio (di Occam), e in 112 pagine seziona l’argomento della sua ricerca.

Da subito ci mostra la moda allo specchio, come forma di dissipazione ed effimero assoluto, “nulla esiste all’infuori del presente, … il nulla è senza dubbio il fulcro centrale della modernità”, afferma. Terreno dove possono moltiplicarsi, quasi necessarie, una serie di “catastrofi permanenti”, eventi che si consumano nel momento stesso in cui si manifestano e perciò non sono collegati né a un prima né a un dopo – l’anti-tendenza, lo smascheramento di un sistema di racconto dove tutto è citazione o anticipazione. Lo spiega chiaramente indicando come per definizione, la moda, è già fuori moda nell’istante in cui nasce; lo affermano gli esperti stessi, lo confermano i designer incastrati nella logica calendarizzata di stagioni e mezze stagioni e capsule collection.

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È il nichilismo nietzschiano senza promessa di redenzione o miglioramento – il caso simbolo è quello di Martin Margiela (stilista), col suo no-logo e il culto dell’assenza come forma radicale di dissoluzione estetica, c’è spazio anche per un passaggio sul suo lavoro. Una parte per il tutto in cui possiamo riconoscere il lavoro di amplificazione e distruzione mediatica fatto a beneficio (e ai danni) di ogni fashion week, di ogni must have – quanto sono durati i Labubu? – e, peggio perché spersonalizzante, di ogni direttore creativo rimosso troppo in fretta perché “non funziona”. È, spostandosi sulla letteratura, un’eco delle Operette Morali di Leopardi, di quel dialogo tra la moda e la morte, sorelle nate dalla Caducità.

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Un luogo pieno di epifanie, ecco cos’era. L’epigrafe è un passaggio da Underworld di Don DeLillo. Masci ce lo dice da subito, se si deve ragionare sulla contemporaneità, occorre starci dentro col disincanto di chi guarda alla società dei consumi per quello che è, tra spazzatura, ossessione mediatica e derive disturbanti.