Carmen Dell’Orefice e, fuori fuoco, sullo sfondo, Place François Premier a Parigi: la luce è quella piatta dei giorni nuvolosi e Richard Avedon la ritrae mentre salta giù da un marciapiede per raggiungere chissà quale appuntamento di là dalla strada. Indossa un cappotto couture di Pierre Cardin, kitten heels spazzolati alla perfezione, un piccolo cappello quasi fosse un fez poggiato su un’acconciatura raccolta; una mano è in tasca, l’altra, guantata, regge un ombrello aperto. È di profilo, ripresa dal basso, la testa leggermente sollevata ad accompagnare lo sguardo sornione di chi non rivelerà allo spettatore nessuna delle proprie intenzioni.
Se servisse un manifesto per aprire uno studio sulla fenomenologia dell’ombrello nella moda, per approfondire come, attraverso i secoli, sia passato dall’essere emblema regale a dispositivo narrativo della cultura di massa senza perdere un grammo della sua densità simbolica, questo potrebbe essere lo scatto ideale. Metafoto, è una citazione diretta di Martin Munkacsi, maestro che il Novecento ha elevato e poi dimenticato (ancora sul tema, nel 1932, è suo un ritratto di Greta Garbo in vacanza al mare, nascosta dietro un parasole).
Dopo essere stato a lungo un segno di potere — cerimoniale nelle corti orientali, attributo di distinzione nell’Europa moderna — trova nel XIX secolo la vera consacrazione borghese. Nella città industriale diventa parte integrante dell’abbigliamento urbano: un accessorio che segnala ordine, disciplina, controllo di sé. Non è un caso che, nella Londra vittoriana, camminare senza ombrello sotto la pioggia fosse letto come un gesto di trascuratezza o di marginalità.
Il cinema ha contribuito in modo decisivo a fissare questa ambivalenza. In Singin’ in the Rain (1952), è un’estensione del corpo di Gene Kelly: non uno scudo contro il maltempo, ma un oggetto coreografico che trasforma la pioggia in piacere, sovvertendo il senso borghese del controllo per abbracciare l’euforia. È uno dei momenti in cui smette di essere segno di compostezza e si apre alla dimensione del desiderio e del gioco. Con Mary Poppins (1964) avviene un ulteriore salto simbolico: da accessorio urbano a strumento magico. Il volo iniziale di Julie Andrews, sospesa sul cielo di Londra con il suo ombrello parlante dal manico a forma di pappagallo, ha fissato per sempre l’idea che potesse incarnare una promessa di evasione, una possibilità di sottrarsi alle regole del quotidiano.
Nel pop contemporaneo, due esempi su tutti. Con il brano Umbrella di Rihanna (2007), non è più legato né al decoro né alla fantasia infantile, ma è un segno di potere performativo, feticizzato e moltiplicato: cita l’epoca d’oro di Hollywood facendosi parte della coreografia, ma se ne distacca proprio nel sottolineare una morbosità ossessiva che riporta il pensiero a una realtà fin troppo esplicita. La spensieratezza è finita. In Rain di Madonna (1993), invece, è un tappeto scenografico: il mondo sotto i suoi piedi è coperto mentre lei, sola, finalmente si bagna di quella pioggia purificante che ha cantato e atteso dalla prima nota.
Parallelamente, la fotografia di moda ne ha costruito alcune delle immagini più durature come oggetto di stile. Irving Penn lo utilizza in diversi scatti per Vogue come elemento grafico, capace di spezzare la verticalità del corpo e creare una tensione formale tra linea e volume. Richard Avedon, come già visto, lo inserisce spesso come accento narrativo, quasi a suggerire una lotta elegante contro gli elementi, in linea con una femminilità moderna e dinamica.
Negli anni Settanta e Ottanta, Helmut Newton lo porta in una dimensione più ambigua e notturna. Nei suoi scatti urbani lo utilizza come una soglia visiva che nasconde, taglia il volto, crea ombre; è strumento di mistero, coerente con un immaginario in cui il corpo e l’abito dialogano con il potere e il desiderio. L’eredità di queste immagini si riverbera nel presente: da Burberry, che con Daniel Lee sta scandagliando ogni possibilità del DNA legato all’outerwear, a Moschino, irriverente e surreale, fino a molte campagne di Chanel per Karl Lagerfeld, dove l’ombrello non è altro che un puro segno grafico, una virgola essenziale — ora nera, ora trasparente — per raccontare e velare la donna.
Tra funzione e rappresentazione, protezione e costruzione dell’immaginario, l’ombrello vive in una condizione paradossale: essere insieme parte del quotidiano e della memoria collettiva. A ogni sua apparizione porta con sé l’eco della rispettabilità borghese, del musical hollywoodiano, della fotografia di moda e della cultura globale; ed è forse per questo che continua a tornare, stagione dopo stagione, sotto cieli sempre diversi.
