Negli anni Venti del secolo scorso l’espansione dei diritti femminili e di una presunta modernità avevano reso possibile a un numero maggiore di giovani donne single trasferirsi nelle città. Qui, potevano andare al cinema, spostarsi con mezzi pubblici, spendere il salario in abiti per sé. A metà decennio, le città erano piene di queste “Donne Nuove”. L’attrice Clara Bow era una proiezione di tutte loro sul grande schermo: un forte accento di Brooklyn, maniere ineleganti, capelli corti e rossi. Beveva, ballava il Charleston, trascorreva i weekend alle partite di football piuttosto che ai balli dell’ingessata élite statunitense. Da bambina non aveva mai posseduto una bambola – preferiva il pallone. Adolescente, indossava gonne di seconda mano e maglioni di lana cotta e infeltrita. Snobbava trucchi e vestitini. Il volto, iscritto a un concorso di bellezza indetto da una rivista, le diede l’occasione di diventare una star.
Per alcuni anni, Bow fu il non plus ultra. Era la rappresentazione perfetta di quel che un personaggio focale del libro Gone Girl di Gillian Flynn (2012) descrive come Cool Girl. Si tratta di un archetipo molto preciso. Significa essere belle, brillanti e divertenti. Giocare a poker, seguire il calcio, bere birra scadente e ingurgitare panini mantenendo una taglia trentotto, essere sexy pur senza un appuntamento settimanale dal salon trucco-e-parrucco professionale. Significa comportarsi da uomo in un corpo da supermodella. È quel che, con una genealogia che risale alla Hollywood del cinema muto, la cultura popolare – e politically in-correct – ha definito tomboy.
Identikit: una ragazza con cappellino da baseball, chioma tagliata di netto, scarpe no-logo con soletta ergonomica, salopette XXL. Presumibilmente, non è mai stata appassionata di Barbie. Le tomboy famose sono state donne tramutate in star in periodi di ansia sociale, quando l’aumento delle libertà femminili – siamo sempre negli anni Venti – portava a chiedersi sottovoce se, una volta emancipate, non saremmo diventate rudi zitelle sciatte e senza un briciolo di senso di accudimento se non verso noi stesse. Le tomboy erano la prova che si potesse essere progressiste e cool allo stesso tempo. Il mito era salvo: rumorose, sessuali, intelligenti e performative, ma non troppo. Altrimenti, il contraccolpo culturale ci avrebbe travolte.
Perché se è vero che le tomboy non si preoccupano della bilancia né del patriarcato, è anche vero che si tratta di una più o meno consapevole performance. È un altro dei tanti riflessi delle aspettative irragionevoli e contraddittorie che la società ha sulle donne. Per essere cool devi essere “forte”, “tenere testa”, qualunque cosa esso significhi. Ergerti sui tacchi a spillo a muso duro – ma anche un paio di kitten vanno bene. Allo stesso tempo, devi essere democraticamente bella – ma senza esserne davvero consapevole. Praticamente, un uomo travestito da donna affascinante. Il che mi pone sempre di fronte al solito dubbio: non è che gli uomini etero si piacciano più di quanto noi non piacciamo a loro?
Nella decade dei Trenta il modello della tomboy era Carole Lombard. Erano gli anni squilibrati della Depressione, quando il pubblico cinematografico assumeva dosi quotidiane di spirito sotto forma di commedie romantiche e frenetiche – un tipo di comicità spinta noto col nome di screwball. Lombard – occhi grandi e magnetici, capelli biondi che cascavano sulle spalle come onde e un’impostura sfacciata come talento speciale – fu la più grande interprete della categoria. Nelle sue pellicole, la Depressione non esiste affatto: nessuno aveva bisogno di un promemoria su quanto fosse difficile la vita . (Ah, come non cambiano i tempi). Venne notata dal cugino e regista Howard Hawks a una festa: era brilla e sboccata. “Una maschiaccia femminile e battagliera”.
In una delle scene più note di L’impareggiabile Godfrey (1936) Lombard irrompe fuori da un’auto come schiuma di champagne che esplode dalla bottiglia. Fu candidata all’Oscar. Si risentiva ad essere etichettata come “ragazza glamour”: aveva trovato il ritmo della sua breve carriera (notoriamente, morì in un incidente aereo a 33 anni) in personaggi impulsivi, sconsiderati, a volte manipolatori. In Love Before Breakfast (1936) accetta di fidanzarsi con lo spasimante tenendo a sottolineare che non lo ama affatto. Poi, messa di fronte agli enormi anelli che lui le propone, chiede: “Quale di questi gingilli vuoi che indossi?”. “Ora che siamo fidanzati, spero che ci vedremo ogni tanto” chiede il futuro sposo Scott. “Qualunque cosa sia consuetudine, signor Miller”, risponde Kay. Una glacialità cui ogni ragazza auspicava. In quegli anni, era l’attrice più pagata ad Hollywood.
A questo punto, occorre una riflessione: benché Bow, Lombard e più tardi anche Katherine Hepburn e Jane Fonda abbiano accolto felicemente la definizione di tomboy, il termine rimane problematico. Innanzitutto, non esiste un modello unico di ciò che una ragazza o un ragazzo possono essere: io stessa sono una femminista con unghie rosa shocking, ciglia laminate e un rifiuto categorico per qualsiasi attività richieda un campo di erba sintetica o una palla. E il fatto che una ragazza con interessi diversi dai miei abbia bisogno di un modificatore – in italiano, suona come “maschiaccio” – è problematico. Ancor più preoccupante è il fatto che l’equivalente opposto, “femminiello”, – caduto per lo più in disuso senza essere stato sostituito da nulla – sia genericamente usato come offensivo. La lingua è, come sempre, uno specchio della realtà: il comportamento maschile, da macho che non deve chiedere mai, è la norma o un ideale cui le donne aspirano per essere cool (a patto che abbiano un bel viso e un fisico sotto la 40). Viceversa, quello femminile è, nel migliore dei casi, la norma, mentre è un difetto per i ragazzi. Come osserva la giornalista Meyer Liebowitz, “la libertà concessa alle ragazze nella performance della loro femminilità è un raro esempio in cui il mazzo delle carte di genere è truccato a loro favore”.
Applicato al discorso moda, è il motivo per cui ci siamo abituati dal secolo scorso a vedere donne in tailleur – benché sottratti di peso e struttura – e jeans cargo, mentre l’unica incursione davvero sovversiva del femminile nel maschile sono stati i pantaloni corti di Thom Browne. Da Versace, l’ex direttore creativo Dario Vitale ha inserito nell’ultima e unica collezione a suo nome canottiere scollate sui lati e pantaloncini aderenti. Era qualcosa. Alessandro Michele gioca da tempo con i tropi del maschile e del femminile concedendo pizzi, ruffles e plissettature ai completi maschili. Miuccia Prada e Raf Simons colorano di tinte pastello le loro collezioni menswear. Eppure, uno dei più recenti dibattiti di moda maschile – un settore troppo poco navigato – riguarda un maglione rosa confetto che J.Crew ha inserito nella collezione Holiday Sweater for Men: “troppo femminile” era il giudizio più inflazionato nella sezione commenti.
Ci piace pensare all’essere tomboy come a qualcosa di cool: qualcosa che rimanda a un progresso in pantaloni. Ma in gran parte non lo è. È certamente un’alternativa alla femminilità levigata che un tempo si chiedeva ai rituali degli appuntamenti e della seduzione. È una linea sottile tra qualcosa di quasi maschile, ma mai troppo maschile. Del tipo: parlare di videogiochi e mangiare tacos al formaggio va bene, ma il corpo e il viso devono rispettare gli ideali di bellezza dominanti. D’altro canto, al di fuori di quella nicchia che è lo spettacolo, dove il cantante Mahmood in gonna può essere cool (Sanremo 2022), per gli uomini l’alternativa nemmeno esiste.






