Il 12 febbraio è uscito nelle sale un nuovo riadattamento dell'opera di Emily Brontë: Cime Tempestose, di Emerald Fennel, co-prodotto da Margot Robbie (2026). Il film ha suscitato un gran scalpore online, dividendo l’opinione pubblica tra chi apprezza un capovolgimento del tradizionale a 180 gradi e chi afferma che un estro creativo troppo libero sfoci immancabilmente nel cattivo gusto. Si apre così un dibattito sull’accuratezza storica nei film, con particolare attenzione ai costumi.

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Al di là dell’inaccuratezza storica, il dibattito di oggi condanna la mancanza di struttura

Disse il critico Robin Wood: «Ridurre un grande romanzo alla sola trama rivela solamente una grande incapacità di leggerne i contenuti.» Ecco che per chi si appoggia a un filone logico e coerente per apprendere meglio la storia di un film, gli escamotage più libertini diventano nemici. Perché gli abiti raccontano e, quando l’immagine è confusionaria, anche la trama ne risente. Ma nonostante sporadici inarcamenti di sopracciglia, è da anni che la critica, stampa o informale che sia, chiude un occhio sull’inaccuratezza storica. In Maria Antonietta (2006), un paio di scarpe Converse avvistate nel grandioso guardaroba pongono la regina di Francia su un piano mai visto prima, aiutando il pubblico giovanile dei primi anni Duemila a immedesimarsi nel personaggio, e, in qualche modo, a capirlo a distanza di secoli. Il film divenne un culto, e Sofia Coppola un modello.

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Ancora, si pensi al riadattamento: Romeo + Juliet di Baz Luhrmann (1996): il film esplode di libertà creativa, ma riflette comunque un filone fedele: il guardaroba dei Capuleti, per esempio, sexy e stiloso, fu studiato nei minimi dettagli, con pezzi donati in prestito da Dolce & Gabbana. Per i Montecchi? Camicie hawaiane portate aperte su petti nudi e piastrine al collo, in riferimento ai capi indossati dai soldati alla fine della guerra del Vietnam. Stephanie Zacharek (Time, 2021), critica cinematografica, stende un velo di clemenza sulla pellicola di Luhrmann, riconoscendone, vent’anni dopo una sua prima critica distruttiva, un’attualità che si è mantenuta nel tempo ed un’impronta visiva riconoscibile che rese il film un cult classico.

costume design by leon bakst (1866 1924) russian theatre and ballet designer, for the wolf in 'the sleeping beauty' music by tchaikovsky. choreography by marius petipa. produced in 1921 by sergei diaghilev's ballets russes. ...
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Disegno di Leon Bakst per il Lupo del balletto: "La Bella Addormentata", 1921.

Allora perché l’elemento di fantasia di un film rimane oggi incompreso? Forse perché è soggettivo all’immaginario di chi sta dietro all’opera, che non giustifica né ambisce al totale compiacimento del pubblico. Laddove una pellicola sperimentale esprime estro creativo e diventa evasione dalla realtà, i riferimenti originali passano in secondo piano: sono spunti di partenza, non guide descrittive. Certo, il compito è facile quando si prende in prestito il lavoro di grandi come Shakespeare o Emily Brontë: entrambi gli autori mostrano ancora oggi un’elasticità di temi tale da renderne i pensieri immortali.

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Ma a Cime Tempestose viene condannata l'estrosità del tutto: «Oggi ci sono restrizioni sul gusto [...] A me piace spingere le cose fino al limite, fino a che queste siano quasi brutte», racconta Emerald Fennel a V&A Next (2026), la cui ricerca si estende fino alle prime illustrazioni del romanzo di Brontë, di Balthus. Si pensi alla serie Bridgerton: sebbene abbia inizialmente fatto inarcare qualche sopracciglio, lo show dimostra un filo inedito ma coerente nella sua stessa stravaganza, rappresentando nell’immaginario collettivo una scorciatoia perfetta per immaginarsi e immedesimarsi in un mondo lontano, ironico ma logico. In Cime Tempestose, la sperimentazione dei costumi tocca vertici sparsi, audaci; riflette l’archivio di immagini a cui si è inevitabilmente esposti oggigiorno, in un vortice di riferimenti tanto incompresi o confusionari quanto inediti e capovolgenti.