La Napoleon jacket non è scomparsa, ma ha smesso di sorprendere. Per questo ora si trova a condividere la scena con un'altra giacca dal carattere deciso e più sottile, dal sapore orientale: la mandarin. Dove la prima impone autorità e teatralità con le sue spalle strutturate, i bottoni metallici e i richiami militari, la seconda sceglie il linguaggio del rigore colto e silenzioso. Amata da socialite come Lee Radziwill, torna oggi protagonista grazie a un’eleganza essenziale e a un fascino esotico. Un’estetica che la sorella di Jackie Kennedy padroneggiava con naturalezza, al punto da trasformare il suo stile in un’eredità culturale, oltre che in una borsa che porta il suo nome.
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A definire l'identità della mandarin jacket è soprattutto la sua costruzione: linee pulite, collo alla coreana, volumi asciutti e una chiusura affidata agli alamari: nodi decorativi di origine orientale che sostituiscono bottoni e zip. Un dettaglio che affonda le sue radici nell’abbigliamento tradizionale cinese, dove i nodi in seta avevano una funzione sia pratica che simbolica, legata all’idea di continuità e armonia. D'altronde, che la moda abbia sempre subito il fascino dell'esotico e dell'orientalismo lo dimostra il successo che gli harem pants hanno avuto in Europa fin dai primi anni del Novecento, vestendo donne dell'alta società come delle principesse arabeggianti. Un successo che è riuscita a ottenere anche questo capo, a metà tra una camicia e una giacca, in grado di evocare paesaggi e rituali dell'Impero celeste.
Importata in Occidente tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, questa grammatica formale viene progressivamente spogliata dell’esotismo più letterale per diventare, negli anni Sessanta, un segno di eleganza colta e cosmopolita. La sua forza risiedeva in un'eleganza ibrida: formale di giorno, elegante di sera, in un certo senso rivoluzionaria, in quanto, abbinata a un paio di pantaloni flare si allontanava dalle costrizione, dai capi fino ad allora disegnati per le donne, né abito né tailleur maschile.
Realizzata in seta o in velluto, la mandarin jacket rinuncia a ogni decorazione superflua e affida il suo fascino alla materia e alla precisione del dettaglio. Il risultato è un pezzo capace di attraversare epoche e contesti, sospeso tra memoria culturale e modernità, tra rigore formale e sensualità discreta. Per questo si inserisce perfettamente nel desiderio di indossare un capo riconoscibile ma non inflazionato e saturo di significato.
Le passerelle 2026 la reinterpretano. Emporio Armani la propone in diverse versioni dalla più fedele al modello classico a rivisitazioni più audaci: in una gli alamari sono sostituiti da fiocchi che uniscono un tulle trasparente. Louis Vuitton, invece, la ripulisce anche delle sue riconoscibili chiusure, utilizzando una stoffa preziosa per richiamarne le origini orientali, mentre Luar chiude il cerchio e la propone in un completo di velluto cangiante, proprio come la indossava Lee Radziwill.




















